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Che differenza c’è tra ernia del disco e protrusione discale? Ne parliamo con il dott. Gabriele Cirillo

È frequente confondere ernie e protrusioni discali, due patologie che riguardano il disco intervertebrale e che possono manifestarsi a livello cervicale, dorsale e lombare.
Per fare chiarezza e comprendere in cosa si distinguono, abbiamo chiesto al dott. Gabriele Cirillo, medico fisiatra nella sede Azimut di Milano.

Buongiorno dott. Cirillo, prima di approfondire le due problematiche, può spiegare cos’è il disco intervertebrale?

È una struttura anatomica che funziona da “ammortizzatore” tra le vertebre e rende possibili i movimenti della colonna vertebrale. Il disco è formato da due parti distinte:

  1. una centrale - detta nucleo polposo - costituita da una sostanza gelatinosa composta per oltre l’88% da acqua
  2. una anulare esterna - detta anello fibroso - caratterizzata da strutture fibro-cartilaginee disposte in strati concentrici attorno al nucleo centrale

In cosa si differenziano ernia e protrusione?

Nel caso della protrusione discale, il disco intervertebrale risulta sfiancato dallo spostamento del nucleo oltre la sua sede naturale, mentre l’anello fibroso appare integro.

Nell’ernia del disco, invece, la fuoriuscita del nucleo polposo va oltre l’anello fibroso e può schiacciare la radice del nervo. Ne deriva quindi una sintomatologia molto dolorosa e la comparsa di contratture muscolari e formicolii all’arto superiore (cervicobrachialgia) o a quello inferiore (lombosciatalgia).

Cosa fare alla comparsa i sintomi?

Il mio consiglio è di rivolgersi ad un medico specialista affinché, a seguito di una visita fisiatrica, possa definire l’inquadramento diagnostico e prescrivere eventuali esami strumentali (come la risonanza magnetica).  

In caso di ernia del disco, cosa prevede solitamente il programma riabilitativo?

Nell’episodio acuto, per i primi giorni si consiglia riposo assoluto ed eventualmente l’uso di farmaci antinfiammatori, miorilassanti ed antinevritici (su indicazione del medico).
Alla riduzione della sintomatologia dolorosa, normalmente si può iniziare il percorso riabilitativo con il fisioterapista, comprensivo di terapia strumentale e rieducazione motoria in acqua e in palestra.

L’intervento chirurgico è preso in considerazione nel caso in cui i sintomi dovessero persistere, prima che possano instaurarsi delle lesioni permanenti a carico dei nervi degli arti.

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Cos’è il clinical pilates e come si differenzia da quello “classico”?

Il metodo Pilates - quello “classico” - è nato nella prima metà del Novecento con Joseph Pilates e si fonda sul controllo cosciente dei movimenti del nostro corpo. Il clinical pilates (o fisiopilates) è un adattamento più recente che prevede, tra le altre cose, di praticare il metodo tradizionale in ambiente medico.

A cosa serve?

Ha lo scopo di rafforzare e tonificare il corpo, senza necessariamente aumentare la massa muscolare. Permette di migliorare la fluidità e l’agilità del corpo, lavorando con movimenti lenti e mirati sulle varie catene muscolari. Inoltre, è molto utile per migliorare o correggere eventuali difetti posturali.

A differenza della ginnastica a corpo libero, in questo metodo non è importante sollevare un peso, ma come si arriva a farlo. Tutti i movimenti, anche quelli apparentemente impercettibili, devono essere coscienti: controllo, fluidità, respirazione, percezione.  
L’obiettivo finale, quindi, è imparare a fondere il pensiero con il movimento al fine di produrre un gesto fluido, preciso, consapevole e in armonia con la respirazione.

Chi può praticarlo?

È particolarmente indicato per chi ha bisogno di recuperare l’equilibrio del corpo perduto in un trauma, a seguito di un intervento chirurgico o semplicemente causato dal passare del tempo.
Nei centri Azimut Riabilitazione può essere previsto dal programma riabilitativo, eventualmente a supporto di altre terapie.

Quanto dura una seduta di clinical pilates?

L’allenamento è personalizzato sulle caratteristiche fisiche del paziente e sugli obiettivi da raggiungere. In Azimut, salvo casi particolari, le sedute hanno una durata media di 50 minuti in cui si è sempre supportati da un chinesiologo professionista.

 

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Fisioterapia e incontinenza urinaria

Come suggerisce il nome, si parla di incontinenza urinaria nei casi in cui si verifica una perdita involontaria di pipì. Può manifestarsi con poche gocce o con perdite più abbondanti e la fisioterapia può essere di supporto per aiutare a contrastarla.

Chi è maggiormente soggetto?

Si manifesta in modo più diffuso nelle donne ma può verificarsi anche negli uomini, in particolare a seguito di interventi chirurgici come la prostatectomia (intervento di rimozione totale o parziale della prostata).

Quali fattori la causano?

L’incontinenza urinaria può essere da sforzo o da urgenza. Nel primo caso la perdita avviene durante il movimento e gli sforzi (anche banalmente a causa di colpi di tosse e starnuti) in cui lo sforzo compiuto durante un’attività supera la capacità di controllo della muscolatura pelvica. A molte donne succede anche senza svolgere attività considerate “pesanti”, ma semplicemente sollevando piccoli pesi o durante attività sportive come la corsa. L’incontinenza da urgenza, invece, ha come sintomo il bisogno impellente di urinare, senza possibilità di rimandare.
Urgenza e sforzo possono talvolta comparire insieme.

In che modo la fisioterapia può essere di supporto?

Il trattamento è solitamente di tipo conservativo e prevede:

  • lavoro sulla muscolatura pelvica (di rinforzo ma non solo)
  • correzione di abitudini di vita quotidiana (che se scorrette possono indebolire molto la muscolatura)
  • miglioramento della postura e della respirazione

Nei nostri centri Azimut, la fisioterapia per l’incontinenza urinaria è un percorso personalizzato sul singolo individuo che inizia con un’attenta valutazione muscolare e posturale, cui possono seguire degli esami specifici per approfondire.
Tra le terapie più utilizzate, sono previsti:

  • esercizi specifici (tra cui esercizi con l’utilizzo di fitball)
  • trattamento manuale
  • stretching
  • elettrostimolazione
  • biofeedback
  • tecarterapia

Perché è importante intervenire?

L’incontinenza è un disturbo che compromette la vita sociale e che può modificare drasticamente le abitudini quotidiane. Per questo è importante superare i tabù legati ai ai disturbi del pavimento pelvico tramite l’informazione e la prevenzione.

Consigliamo di rivolgersi ad uno specialista per una valutazione, soprattutto in periodi delicati della vita come la gravidanza, il post-partum e la menopausa, senza sottovalutare piccole perdite che si verificano anche in età giovane (ad esempio praticando sport ad alto impatto come cross-fit, pallavolo e corsa).

Per maggiori informazioni, contattaci e fissa un appuntamento con i nostri specialisti:
☎ 015 27098 (Biella)
☎ 02 45495123 (Milano)
     

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Chi è il chinesiologo e cosa cura?

La chinesiologia è definita come terapia del movimento con il movimento e costituisce uno degli strumenti più importanti della rieducazione motoria. Questa scienza studia il movimento umano razionale attivo in tutte le sue forme e aree: intellettivo-cognitiva, affettivo-emotiva, fisico-motoria e sociale-relazionale.

Di cosa si occupa il chinesiologo?

Il chinesiologo - che ha conseguito una Laurea in Scienze Motorie (o diploma ISEF) - opera nell’ambito della posturologia ed è esperto del movimento umano sotto tutti i punti di vista: sportivo, rieducativo, preventivo, amatoriale e ludico.
A seconda delle necessità, applica le proprie conoscenze nella fisiologia, biomeccanica e pedagogia del movimento per raggiungere gli obiettivi fisici prefissati. Ad esempio: lavoro sulla postura, sulla performance sportiva, sulla rieducazione funzionale, sul potenziamento muscolare, sull’attività fisica.

Quando può intervenire?

Le aree di azione più comuni sono:

  • Allenamento sportivo e personal training
  • Ginnastica posturale e riequilibrio delle catene muscolari
  • Attività fisica adattata all’età evolutiva, adulta e anziana
  • Ginnastica respiratoria
  • Attività fisica adattata alle disabilità fisiche o alle disfunzioni del sistema metabolico-energetico.

Solitamente chi si rivolge a questa figura professionale?

Può essere di supporto a chiunque - anziani, adulti, adolescenti e bambini - che andranno a svolgere un lavoro personalizzato sulle proprie condizioni ed esigenze. L’approccio chinesiologico è sconsigliato solo a coloro che hanno patologie acute in corso e, chiaramente, chi non ha necessità d’intervento di natura sanitaria o riabilitativa.

Che ruolo ha il chinesiologo in Azimut Riabilitazione?

All’interno dei Centri Azimut - situati a Biella e Milano - il chinesiologo si occupa del riequilibrio delle catene muscolari e della ginnastica posturale, una disciplina che - tra le altre cose - ha l’obiettivo di migliorare la postura tramite il rinforzo del tono muscolare.
Spesso collabora con altre figure professionali - fisioterapisti, massofisioteristi etc. - per assicurare al paziente un programma riabilitativo personalizzato sulle proprie esigenze.
 

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Fitball: come e quando usarla

La fitball è un pallone gonfiato ad aria inventato negli anni ’60 del secondo scorso come gioco per bambini. Solo negli anni Novanta ha iniziato ad essere utilizzato anche in ambito fitness, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il resto del mondo. Grazie alla sua versatilità, ha trovato utilizzi diversi in numerose discipline, compresa la fisioterapia.

A cosa serve la fitball?

Caratterizzata dalla possibilità di regolarne la pressione interna e alla disponibilità in diversi diametri (35 - 90 cm), la fitball è uno strumento adattabile alle diverse capacità funzionali e alle dimensioni corporee di chi la utilizza.
Nello specifico, può essere impiegata in ambito sportivo anche da atleti professionisti:

  • per il rinforzo dei grossi muscoli del tronco
  • per l’allenamento del core, eseguendo esercizi che lavorino sulla muscolatura profonda del tronco
  • per il rinforzo di braccia e gambe, appoggiando il tronco sulla palla e utilizzando gli arti per mantenere la stabilità
  • per svolgere esercizi specifici per l’equilibrio anche di difficoltà estrema
  • per esercizi sport specifici consigliati dal preparatore atletico

Quando si utilizza la fitball in ambito riabilitativo?

Sempre più spesso costituisce un valido supporto nei programmi riabilitativi personalizzati che vengono formulati dal fisiatra tenendo in considerazione le necessità e le capacità funzionali del paziente.

Risulta particolarmente utile per la riabilitazione neurologica perché favorisce il recupero neuromotorio a seguito di eventi acuti come l’ictus o per fronteggiare patologie che colpiscono il Sistema Nervoso Centrale (sclerosi multipla, distrofie muscolari, Parkinson, demenza etc.). Inoltre, sfruttando l’instabilità della palla, è utile per gestire problematiche dell’equilibrio di varia origine, favorendo anche la coordinazione.

È molto utilizzata anche in ambito ortopedico per:

  • il recupero specifico di arti infortunati e/o dopo un intervento chirurgico (lavorando sulla mobilizzazione assistita, sul rinforzo e sulla propriocezione)
  • la rieducazione di problematiche del rachide, utilizzando una palla del giusto diametro e svolgendo esercizi di mobilizzazione e rinforzo del core
  • lo stretching, con la possibilità di portare il corpo in graduale allungamento sfruttando l’appoggio “cedevole” della gomma

Fitball e gravidanza: cosa è meglio fare?

In condizioni ottimali e a seguito del via libera del proprio medico di riferimento, la fitball si rivela un ottimo strumento anche per le donne incinte.
Può essere impiegata come comodo supporto per esercizi da sedute o da sdraiate per la stimolazione di gruppi muscolari che, proprio a causa dell’aumentato volume addominale e della pressione sul pavimento pelvico, necessitano di tonicità e forza.

 

 

 

Non perderti anche gli altri video di esercizi con l'utilizzo della fitball, pensati per essere sovlti comodamente a casa. Li trovi qui.

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Parliamo dei disturbi temporo-mandibolari con Giulia Robecchi, fisioterapista e osteopata nella sede Azimut di Milano

Le articolazioni temporo-mandibolari - anche chiamate ATM - sono due, una per ogni lato del viso e uniscono l’osso mandibolare all’osso temporale del cranio.

Ciao Giulia, qual è la funzione delle ATM?

La principale funzionale delle articolazioni temporo-mandibolari è di permettere il movimento della mandibola per la masticazione e la fonazione.

Quali sono i sintomi più comuni?

I disturbi possono manifestarsi sotto forma di:
• dolore o sensibilità alla mascella o a livello dell’articolazione
• difficoltà di masticazione
• blocco dell’articolazione che rende difficile l’apertura o la chiusura della
bocca
• cefalea
• male agli occhi e/o alle orecchie • vertigini
• acufeni
• rigidità di spalle e collo.

In alcuni casi, oltre al dolore, si sente anche un “click”: di cosa si tratta?

All’interno dell’ATM è presente un disco di cartilagine (menisco) che ha la funzione di evitare l’attrito tra le ossa che la compongono (temporale e mandibolare).
Si parla di click mandibolare quando, a causa dell’incordinazione disco-condilare, si avverte un rumore durante alcuni movimenti.

Le cause sono da ricercare nell'anomalo combaciamento dei denti (occlusione dentale) che può provocare un'alterata meccanica mandibolare, alterando così tutto il sistema muscolo-articolare correlato.
La perdita dell'equilibrio di questo sistema avviene in seguito all’esaurimento delle capacità di adattamento a condizioni non ottimali, soggettive di ogni persona. Di conseguenza, si avrà il cedimento delle strutture muscolo articolari di sostegno

Da cosa possono essere causati i disturbi?

Per quanto riguarda le cause, ne esistono diverse. Spesso i disturbi temporo-mandibolari possono essere determinati da una combinazione di fattori: ad esempio alterazioni posturali, malocclusioni, genetica, bruxismo (serrare i denti durante il sonno), fattori psicologico/emozionali, patologie
come artrite e artrosi. A volte, possono insorgere anche a seguito di un trauma.

Come si può intervenire e a chi ci si deve rivolgere?

Il trattamento per disordini delle articolazioni temporo-mandibolari richiede un lavoro terapeutico integrato che comprenda più figure professionali, tra cui il fisioterapista, l’odontoiatra, l’otorinolaringoiatra e l’osteopata.
Ogni patologia e ogni paziente richiedono un trattamento specifico, definito dal progetto riabilitativo personalizzato, che tiene conto del quadro patologico e delle caratteristiche fisiche del paziente.

L’osteopata può intervenire attraverso tecniche di terapia manuale, ad esempio per correggere le alterazioni del movimento, intervenendo sia sul tratto cervicale (in particolare sulle prime vertebre) sia sul cranio. Inoltre, può utilizzare tecniche di rilascio miofasciale per agire su contratture e trigger points fonti di dolore.

Il fisioterapista, invece, può:

  • utilizzare la terapia manuale
  • proporre esercizi specifici per rinforzare la muscolatura stabilizzatrice e migliorare l’equilibrio di forza tra le due articolazioni
  • consigliare automibilizzazioni che il paziente può svolgere in autonomia a casa per coadiuvare il trattamento e ridurre la sintomatologia in caso di riacutizzazione dei sintomi

In ogni caso, si consiglia di rivolgersi al proprio Centro di fiducia per ricevere il trattamento più adatto alle proprie esigenze.

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Basofobia, un rischio per le persone anziane

Un anziano su tre manifesta i sintomi della basofobia, una condizione psicologica caratterizzata dalla paura di cadere durante il cammino, pur in assenza da deficit neurologici. Ne parliamo con Luca Zamprotta, fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

Timore di cadere

Ad alimentare la paura nelle persone anziane intervengono fattori fisici, quali il fisiologico decadimento dei riflessi, del tono muscolare e delle reazioni posturali. Spesso infatti, coloro che iniziano a soffrire di basofobia hanno già esperienza di cadute o hanno riportato un trauma importante. 

Come si manifesta la basofobia?

La presentazione clinica è caratterizzata da una sensazione di forte paura nel momento della statica eretta. Il paziente, non appena assume la posizione di carico sugli arti inferiori, è colto dall’istinto di aggrapparsi ad oggetti o persone che gli sono intorno. Si trova con i muscoli delle gambe irrigiditi e in un’apparente difficoltà a camminare. La paura contribuisce a mettere in ulteriore pericolo il soggetto, a causa della perdita di lucidità durante il cammino. 

Quali sono le complicanze, per un anziano, in caso di caduta?

Le complicanze immediate possono essere traumi cranici o fratture agli arti; a lungo termine potrebbero verificarsi disabilità residua, ulteriore paura di cadere, isolamento sociale, ricovero in case di riposo.

Come si approccia il paziente?

A livello fisioterapico si valutano diversi aspetti: 

  • la forza muscolare, l’equilibrio e il cammino
  • il rischio osteoporotico
  • la situazione neurologica e lo stato cognitivo 
  • il rischio domestico 
  • le capacità funzionali

Inoltre, si tengono in considerazione anche i farmaci assunti ed eventuali cadute già avvenute in passato. 

In cosa consiste il trattamento?

Dopo aver completato il quadro clinico, si programma un intervento di riabilitazione individuale che può comprendere:

  • idrokinesiterapia per garantire un allenamento terapeutico sicuro 
  • programma di rinforzo dei principali gruppi muscolari, da svolgere bisettimanalmente con l’ausilio di elastici, macchinari o manubri
  • esercizi di equilibrio a corpo libero ed esercizi aerobici
  • prescrizione di eventuali ausili di supporto ed educazione al corretto utilizzo
  • approccio cognitivo-comportamentale per aiutare il paziente ad essere più sicuro di sé

I benefici derivanti dall’attività fisica vengono rapidamente persi con l’inattività: è quindi opportuno evitare il più possibile la sedentarietà

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Giornata Mondiale del Diabete: il 'piede diabetico', altre complicanze e possibili terapie

Nella Giornata Mondiale del Diabete abbiamo dedicato un approfondimento per conoscere meglio quali sono le complicanze legate a questa patologia che colpisce sempre più persone. Secondo i dati ISTAT, infatti, solo in Italia si registrano 3,5 milioni di persone diabetiche.

Le complicanze riguardano tutti?

Le complicanze croniche del diabete colpiscono sia i pazienti affetti da diabete di tipo 1 sia quelli a cui è stato diagnosticato il diabete di tipo 2. Sono però questi ultimi i soggetti maggiormente a rischio che manifestano le patologie di cui parleremo di seguito dopo circa 10 anni dalla comparsa della malattia. 

Quali sono le parti del corpo più colpite? 

Le complicanze croniche del diabete possono indebolire notevolmente l’organismo colpendo alcuni degli organi più importanti, quelli maggiormente a rischio sono gli occhi e il sistema cardiovascolare. Ma anche i reni, il sistema nervoso e il sistema neurovegetativo. 

Quali sono le complicanze più frequenti? 

Mediamente le complicanze che si verificano più spesso sono:

  • Retinopatia, una lesione dei vasi sanguigni che si trovano nella parte posteriore dell’occhio. Questa malattia può essere emorragico-essudativa oppure proliferativa. In particolare quest’ultima comporta maggiori rischi, tra cui la perdita totale o parziale della vista, e richiede un intervento tempestivo 
  • Neuropatia, una malattia del sistema nervoso che colpisce circa il 30% dei diabetici. Nella maggior parte dei casi si presenta sotto forma di intorpidimento e formicolio agli arti, dolori ai polpacci simili ai crampi e ulcerazioni alla pianta dei piedi. Se non diagnosticato in tempo, questo disturbo può degenerare nel “piede diabetico”, responsabile di lesioni vascolari e nervose che provocano deformazioni ossee e disturbi della vascolarizzazione terminale 
  • Nefropatia diabetica, responsabile del malfunzionamento dei reni, incapaci di filtrare adeguatamente le scorie del metabolismo. Nella sua forma più grave può portare all’insufficienza renale e al trapianto dei reni
  • Disturbi intestinali, vescicali e sessuali, sotto forma di dissenteria, incontinenza urinaria e disfunzione erettile
  • Coronaropatia e vasculopatia cerebrale, tra cui infarto acuto del miocardio, espressione cronica dell’angina pectoris e ictus cerebrale 

Quando sono più temibili? 

Paradossalmente da quello che si potrebbe pensare, le complicanze sono più temibili quando la malattia non è ancora stata diagnosticata. Rimanendo silente e non debitamente curata, può attaccare con estrema facilità gli organi più a rischio. 

Invece, nel caso di diabete gestazionale le complicanze croniche del diabete possono influire negativamente sul corretto sviluppo del feto causando malformazioni congenite e addirittura un alto rischio di mortalità perinatale. 

Oltre a seguire una corretta terapia farmacologica, la fisioterapia può essere d'aiuto? 

Sì, la fisioterapia può essere un valido alleato per contrastare complicanze come il “piede diabetico”. Attraverso allenamenti conformi allo stato di salute del paziente, le pratiche fisioterapiche possono combattere il degenerare dei problemi circolatori. Chiaramente è fondamentale partire da una prima visita fisiatrica per valutare le condizioni iniziali del paziente e stabilire un programma riabilitativo personalizzato. Nei casi più gravi potrà essere d’aiuto una ginnastica di tipo passiva, mentre nelle condizioni ottimali si procederà con un programma di ginnastica attiva. 
Anche la massoterapia di drenaggio venoso e linfatico può essere un valido alleato per ridurre l’edema dei tessuti e favorire il normale flusso sanguigno.

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Tecarterapia: come funziona e quando utilizzarla

Molto utilizzata in abito fisioterapico, la tecarterapia favorisce un recupero veloce in caso di traumi e patologie infiammatorie. Prevede l’utilizzo di uno specifico macchinario ed è ed eseguita dal fisioterapista.

Cos’è la tecarterapia?

La t.e.c.a.r. (acronimo di Trasferimento Energetico Capacitivo e Resistivo) è una terapia fisica che attiva i processi antinfiammatori e riparativi che il nostro corpo è in grado di predisporre in maniera naturale.
Anche conosciuta come diatermia, prevede l'attivazione energetica dall’interno attraverso la movimentazione degli elettroliti, cariche elettriche presenti sotto forma di ioni all’interno dei tessuti. Il loro movimento provoca una stimolazione a livello cellulare in grado di riattivare la micro-circolazione sanguigna, con l’obiettivo di sollecitare i meccanismi fisiologici di recupero.

Come funziona?

È un trattamento elettromedicale che utilizza un elettrodo capacitivo o uno resistivo e agisce in un raggio di frequenze variabili che producono energia all’interno dei tessuti.

In Azimut la t.e.c.a.r. può essere inserita nel programma riabilitativo, elaborato a seguito della visita fisiatrica, e complementare ad altre terapie manuali ed esercizi specifici.

Quando viene utilizzata?

La tecarterapia induce tre effetti principali - termico, chimico e meccanico - che vanno ad agire a livello tissutale per favorire la guarigione.
A seconda della modalità utilizzata - capacitiva o resistiva - si possono trattare i tessuti a diverse profondità con effetti benefici su varie strutture corporee:

  • Muscoli
  • Sistema vascolare e linfatico
  • Tessuto osseo
  • Cartilagini
  • Tendini
  • Aponeurosi (sottile fascia fibrosa che avvolge il muscolo)

Alcune delle patologie che possono includere questa terapia fisica sono:

In cosa consiste la seduta e quanto dura?

Il terapista utilizza una piastra e un elettrodo (capacitivo o resistivo) che fa scorrere sull’area interessata grazie ad un’apposita crema. Eventualmente, a questo lavoro si possono anche abbinare manovre di base di massoterapia per ottenere risultati migliori.
In genere la durata media è di 20 minuti, anche se varia a seconda dell’area del corpo da trattare.

È doloroso?

Sottoporsi alla tecarterapia non è doloroso e la sensazione percepita è di calore sulla zona trattata.

La t.e.c.a.r ha controindicazioni?

Per quanto riguarda le cosiddette bandiere rosse terapeutiche - ossia le condizioni che indicano rischi potenziali per una determinata condizione patologica - non esistono controindicazioni sull’utilizzo di questa terapia fisica. Se ne sconsiglia l’utilizzo alle donne in stato di gravidanza e ai pazienti portatori di pacemaker. In altri casi, sarà il medico specialista a sconsigliarla in presenza di condizioni di salute particolari.

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