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Onde d’urto focali: cosa sono e quando si utilizzano

Le onde d’urto focali sono state introdotte in ambito medico nei primi anni Novanta, inizialmente per la cura dei calcoli renali, successivamente anche in ambito ortopedico, fisiatrico e riabilitativo. Di grande efficacia clinica, in Azimut Riabilitazione sono spesso utilizzate a supporto di altre terapie per assicurare al paziente un progetto riabilitativo completo.

Che cosa sono? 

Le onde d’urto sono onde acustiche di natura meccanica in grado di propagarsi in sequenza rapida e ripetuta. Agiscono tramite la stimolazione profonda dei tessuti e delle cellule, inducendoli a reagire positivamente e a produrre sostanze ad azione anti-infiammatoria. 

Quando sono indicate? 

Attualmente il trattamento con onde d’urto focali è ampiamente utilizzato per la cura delle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. Tra i più comuni utilizzi ricordiamo: 
patologie tendinee (ad esempio lesioni al tendine d’Achille ed epicondilite)
disturbi della rigenerazione ossea (ad esempio pseudoartrosi)
disturbi di tipo infiammatorio (ad esempio fascite plantare
a seguito di interventi chirurgici per accelerare la guarigione dei tessuti

Sempre più spesso vengono utilizzate anche nella riabilitazione sportiva per facilitare il recupero in caso di contratture, distrazioni muscolari, ossi-calcificazioni post-traumatiche. 

Quali sono i benefici per il paziente? 

Sebbene il giovamento non sembri immediato, poiché le reazioni biologiche richiedono tempo per manifestarsi, un corretto utilizzo della terapia ha numerosi effetti benefici

  • favorisce la rigenerazione e la riparazione dei tessuti
  • produce un effetto antidolorifico 
  • rivascolarizza la zona trattata

In altri termini, le onde d’urto focali producono una reazione dei tessuti volta a promuovere la guarigione della patologia infiammatoria e/o degenerativa. Nello specifico, servono solamente a innescare il processo biologico di rigenerazione del tessuto che si completerà nella finestra temporale successiva al trattamento.   

Onde d’urto focali: sono sicure?

Sottoporsi ad un ciclo di sedute di onde d’urto focali è privo di effetti collaterali. La terapia è sicura, indolore e priva di grandi complicazioni. 

Solo in particolari casi se ne sconsiglia l’utilizzo:

  • stato di gravidanza 
  • presenza di disturbi di coagulazione
  • infezioni in corso nella zona da sottoporre al trattamento
  • malattie tumorali 

Qual è la differenza tra le onde d’urto focali e le onde d’urto radiali? 

Come già anticipato, le onde d’urto focali sono generate meccanicamente e trasmesse ai tessuti attraverso un’interfaccia che si adatta alla cute senza causare traumi; le onde d’urto radiali, invece, sono di tipo pneumatico e prevedono un’azione di ripercussione diretta. In alcuni casi, quest’ultime possono quindi provocare ematomi locali. 

Inoltre, le due terapie sono utilizzate per trattare problematiche diverse: quelle focali sono utili per le patologie muscolari, ossee e per tutte quelle patologie che riguardano tessuti maggiormente in “profondità” che necessitano di una precisione più accurata. Le onde radiali, invece, sono decisamente meno precise: non direzionate in un unico punto, si irradiano su tutta la superficie trattata. Queste ultime trovano dunque utilizzo solo in quelle problematiche più superficiali che non necessitano di particolare precisione del punto da trattare.

Dove ci si può sottoporre al trattamento? 

Se prescritte dal medico fisiatra a seguito della prima visita, è possibile sottoporsi alle onde d’urto focali direttamente nei nostri centri Azimut di Biella e Milano.
Per maggiori informazioni contattaci

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Neuropatia del nervo mediano, le patologie più comuni

Il nervo mediano è un nervo misto, sensitivo e motorio, che nasce dai rami delle corde laterali e mediali del plesso brachiale. Scorre attraverso la parte anteriore del braccio, dell’avambraccio e termina fornendo i muscoli della mano. 

Quali sono le patologie più comuni a carico del nervo mediano? 

La prima patologia che viene in mente, quando si parla di nervo mediano, è la sindrome del tunnel carpale (STC). Consiste nella compressione del nervo a livello del polso, delimitato anteriormente dal legamento trasverso del carpo e, posteriormente, dalle ossa carpali. 
La seconda, per incidenza, è la sindrome del pronatore rotondo (SPR), in cui la compressione è a livello del gomito. 

Cosa accomuna e cosa differenzia queste patologie?

In entrambi si manifestano sintomi comuni: 

  • parestesia e intorpedimento delle dita innervate dal nervo mediano
  • ipovalidità della muscolatura tenar (ossia debolezza muscolare a livello dei muscoli situati sul palmo della mano)
  • dolore al polso e all’avambraccio

Tuttavia, solo nella sindrome del tunnel carpale sono anche presenti: 

  • ritardo di conduzione nervosa al polso
  • segno di tinel positivo al polso (a seguito di un test specifico chiamato, per l’appunto, “test di Tinel”)
  • parestesie notturne 

Viceversa, solo nella SPR è anche presente disestesia (anomalia del senso tattile) del triangolo palmare, ossia l’area innervata da fibre sensitive che non attraversano il tunnel carpale. 

Cosa è importante tenere a mente?

È bene non giungere a conclusioni affrettate, in quanto queste sindromi sono solo due delle possibili cause di lesione del nervo mediano. 
Per via del suo corso, infatti, il nervo può essere infastidito a vari livelli. I siti in cui è possibile che si manifesti la compressione nervosa sono:

  • il lacerto fibroso del bicipite (una membrana fibrosa che si aggancia alla fascia profonda dell’avambraccio)
  • i capi del muscolo pronatore rotondo (il più laterale dei muscoli anteriori dell’avambraccio)
  • i capi del muscolo flessore superficiale delle dita
  • il legamento di Struthers (presente solo nell’1% della popolazione; è costituito da una banda fibrosa tesa tra l’epicondilo mediale e lo sperone osteo-cartilagine ed è situato sulla superficie antero-mediale dell’omero).

Cosa si deve considerare durante la diagnosi?

È fondamentale risalire alla causa della lesione nervosa per poter individuare e prescrivere il trattamento più idoneo. Per una corretta diagnosi differenziale è importante l’associazione dei sintomi clinici con i reperti elettrodiagnostici, che servono a misurare la velocità di conduzione nervosa sensoriale e motoria. 
I test che aiutano nella differenziazione sono: 

  • per la STC: test di Tinel al polso, test di Phalen, Phalen inverso
  • per la SPR: test di pronazione forzata e test di Tinel a livello del muscolo pronatore

In cosa consiste il trattamento riabilitativo?

In entrambi i casi il trattamento consiste nell’uso di FANS, corticosteroidi, terapie fisiche e terapie manuali.
Altrettanto utili possono essere l’uso di ortesi specifiche (ad esempio un tutore), nonché qualche accorgimento sulle attività svolte quotidianamente: è consigliabile ridurre o evitare movimenti ripetuti di pronosupinazione e flesso estensione, nonché prese energetiche prolungate di oggetti.

Qualora il trattamento conservativo non fosse sufficiente, si può prendere in considerazione l’intervento chirurgico che consiste nel release della struttura che comprime il nervo. 

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La riabilitazione a seguito della rottura del tendine d’Achille

La rottura del tendine d’Achille è molto comune tra gli atleti ricreazionali in età adulta e tra i professionisti, anche se in questi ultimi con incidenza minore. Alcuni grandi atleti che, negli ultimi anni, hanno riportato questo infortunio sono Leonardo Spinazzola, Javier Zanetti, David Beckham e Kobe Bryant, solo per citare qualche esempio.
Ne parliamo con Federico Sonnati, fisioterapista Azimut nella sede di Biella.

Ciao Federico, quali sono le cause della rottura del tendine d’Achille?

Solitamente negli atleti professionisti la causa è la degenerazione dovuta a grandi carichi di lavoro prolungati negli anni; spesso è sufficiente un movimento improvviso e talvolta banale a far cedere la struttura.
Negli atleti amatoriali, invece, il tendine non è sufficientemente allenato e può rompersi a causa di una stimolazione eccessiva in breve tempo, come la singola partita dopo un lungo periodo di inattività.

Ci sono dei segnali o dei sintomi da riconoscere?

Nella maggior parte dei casi questo trauma non dà preavviso, anche perché - per struttura - il tendine d’Achille è poco innervato al suo interno, quindi la degenerazione si manifesta solo al momento della rottura completa.

Cosa fare subito dopo l’infortunio?

Della lesione del tendine, che può causare anche impossibilità a camminare, se ne occupa l’ortopedico. Dopo aver valutato la situazione generale, lo stato di salute del paziente e il tipo di lesione definisce se proseguire con una riparazione chirurgica o con la tutorizzazione. In entrambi i casi, in collaborazione con il chirurgo e l’equipe sanitaria, definisce il programma riabilitativo.

Nel caso di rottura del tendine achilleo, la fisioterapia è utile?

È una delle parti fondamentali per il recupero, anche dopo che è stato effettuato l’intervento chirurgico. Solitamente il protocollo standard prevede un periodo di immobilità e l’utilizzo di tutori specifici, a cui seguono circa 3 mesi di fisioterapia che comprendono:

• cammino protetto con stampelle per favorire la guarigione tissutale (per le prime 6 settimane circa)
• terapia manuale
• esercizio terapeutico
• terapie fisiche
• idrokinesiterapia

Successivamente sono previsti altri 3 mesi di rinforzo mirato per poter garantire un approccio sicuro allo sport. Dal settimo mese in poi l’atleta può ricominciare a praticare l’attività sportiva, affiancando agli allenamenti una parte di lavoro specifico per la zona operata.

È possibile ritornare alla funzionalità pre infortunio?

Statisticamente il ritorno allo sport dipende dal tipo di attività sportiva. Nella pallacanestro, ad esempio, alcuni atleti professionisti non sono più tornati all’attività di livello pre-infortunio; nel calcio, invece, solitamente la quasi totalità degli sportivi rientra in campo dopo 7-8 mesi. Tuttavia, studiando i minutaggi e le prestazioni, in ogni sport si è visto che - dopo 1 anno - difficilmente il recupero è del 100% e solitamente la piena funzionalità di tendine e muscolo si può raggiungere, ma in un periodo che va da 1 a 2 anni dopo l’infortunio.

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Il medico dello sport, l’alleato degli atleti

Il medico dello sport è uno specialista che si occupa di studiare i vari effetti che l’attività sportiva ha sull’organismo dell’atleta, con valutazioni e test che evidenzino eventuali problematiche (ad esempio i disturbi cardiaci). 

Cos’altro fa il medico dello sport? 

Innanzitutto valuta e certifica l’idoneità fisica dell’atleta alla pratica sportiva, agonistica e non, tramite una visita medico-sportiva che comprende test ed esami specifici. Può anche collaborare come consulente specialistico con colleghi che devono decidere se il paziente - affetto da patologie o reduce da un infortunio - è idoneo alla pratica. 

Si occupa anche di gestire direttamente le problematiche fisiche degli atleti, facendo diagnosi e formulando terapie che permettano il ritorno alla pratica nel più breve tempo possibile. 
Durante gli allenamenti e le gare, a scopo preventivo e per migliorarne il rendimento, controlla e monitora la salute dell’atleta ed, eventualmente, interviene per effettuare soccorsi di emergenza in caso di infortuni e traumi sportivi. 

Inoltre, può fornire consulenze sull’alimentazione da seguire, tenendo in considerazione fattori come: il tipo di sport praticato, l’intensità con cui viene svolto (a livello agonistico o amatoriale) e la condizione fisica dello sportivo. 

Perché fissare un appuntamento con il medico dello sport?

Se sei un atleta agonista e desideri essere seguito da un professionista che ti aiuti a migliorare le tue performance e a vivere uno stile di vita sano.
Se sei uno sportivo amatoriale e desideri conoscere lo stato di salute del tuo corpo.
Se hai bisogno di un certificato medico sportivo che attesti il tuo stato di salute.
Se sei reduce da un trauma sportivo e desideri iniziare un programma riabilitativo personalizzato basato sulle tue esigenze e sui tuoi obiettivi futuri.
Se vuoi iniziare a praticare attività sportiva per affrontare una malattia cronica.

In tutti questi casi è consigliabile rivolgersi al medico dello sport. 
Per maggiori informazioni contattaci.

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Basofobia, un rischio per le persone anziane

Un anziano su tre manifesta i sintomi della basofobia, una condizione psicologica caratterizzata dalla paura di cadere durante il cammino, pur in assenza da deficit neurologici. Ne parliamo con Luca Zamprotta, fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

Timore di cadere

Ad alimentare la paura nelle persone anziane intervengono fattori fisici, quali il fisiologico decadimento dei riflessi, del tono muscolare e delle reazioni posturali. Spesso infatti, coloro che iniziano a soffrire di basofobia hanno già esperienza di cadute o hanno riportato un trauma importante. 

Come si manifesta la basofobia?

La presentazione clinica è caratterizzata da una sensazione di forte paura nel momento della statica eretta. Il paziente, non appena assume la posizione di carico sugli arti inferiori, è colto dall’istinto di aggrapparsi ad oggetti o persone che gli sono intorno. Si trova con i muscoli delle gambe irrigiditi e in un’apparente difficoltà a camminare. La paura contribuisce a mettere in ulteriore pericolo il soggetto, a causa della perdita di lucidità durante il cammino. 

Quali sono le complicanze, per un anziano, in caso di caduta?

Le complicanze immediate possono essere traumi cranici o fratture agli arti; a lungo termine potrebbero verificarsi disabilità residua, ulteriore paura di cadere, isolamento sociale, ricovero in case di riposo.

Come si approccia il paziente?

A livello fisioterapico si valutano diversi aspetti: 

  • la forza muscolare, l’equilibrio e il cammino
  • il rischio osteoporotico
  • la situazione neurologica e lo stato cognitivo 
  • il rischio domestico 
  • le capacità funzionali

Inoltre, si tengono in considerazione anche i farmaci assunti ed eventuali cadute già avvenute in passato. 

In cosa consiste il trattamento?

Dopo aver completato il quadro clinico, si programma un intervento di riabilitazione individuale che può comprendere:

  • idrokinesiterapia per garantire un allenamento terapeutico sicuro 
  • programma di rinforzo dei principali gruppi muscolari, da svolgere bisettimanalmente con l’ausilio di elastici, macchinari o manubri
  • esercizi di equilibrio a corpo libero ed esercizi aerobici
  • prescrizione di eventuali ausili di supporto ed educazione al corretto utilizzo
  • approccio cognitivo-comportamentale per aiutare il paziente ad essere più sicuro di sé

I benefici derivanti dall’attività fisica vengono rapidamente persi con l’inattività: è quindi opportuno evitare il più possibile la sedentarietà

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Fascite plantare: cos’è e come si cura

La fascite plantare è una patologia del piede molto diffusa che si manifesta con dolore localizzato nella parte interna del tallone. È molto frequente negli sportivi, ma può insorgere anche nei soggetti in sovrappeso, nelle donne in gravidanza e nelle persone che tendono ad avere abitudini sedentarie.

Approfondiamo il tema con Chiara Minetto e Federico Sonnati, fisioterapisti Azimut nella sede di Biella. 

Cosa si intende esattamente con il termine fascite plantare?

È così definita la patologia che si manifesta a causa di una infiammazione a carico del legamento arcuato, ossia la fascia fibrosa che unisce la zona plantare interna del calcagno con la base delle dita. Questo legamento - che serve a stabilizzare e sorreggere l’arco plantare longitudinale del piede - svolge un ruolo importante nella trasmissione del peso corporeo al piede mentre si cammina e/o si corre. 

Da cosa è causata?

Solitamente questa condizione è il risultato di un uso eccessivo e ripetuto del piede, causa di molteplici e diffusi micro-traumi. Inoltre, esistono alcuni fattori predisponenti, ad esempio: 

  • peso eccessivo
  • piede piatto
  • utilizzo di calzature inadeguate

Generalmente - nonostante possano essere presenti dei fattori predisponenti - il problema si presenta per un insieme di sollecitazioni eccessive rispetto alle capacità soggettive del piede di accomodare gli sforzi.

Quali sono i sintomi della fascite plantare?

Nella maggior parte dei casi il disturbo si manifesta con dolore sotto la pianta del piede e nella parte interna del tallone. La sintomatologia dolorosa può verificarsi già al risveglio e tende ad aumentare quando si calpestano superfici rigide, si salgono le scale o quando si cammina a piedi nudi. 
Durante l’attività sportiva, insorge solitamente nelle fase di riscaldamento per poi scomparire man mano che l’allenamento prosegue. 

Cosa comprende la diagnosi?

Il medico fisiatra o l’ortopedico effettuano una visita medica specialistica durante la quale si verificano la presenza e la sede del dolore. Se necessario, possono essere richieste delle indagini strumentali - ecografia, risonanza magnetica (RMN), radiografia sotto carico - per lo studio del cavo plantare. 

Quali sono i rimedi per la fascite plantare?

Il trattamento della fascite plantare è solitamente trattato in due distinte fasi:

1. Riposo funzionale e controllo dell’infiammazione
In fase iniziale, la fascite plantare deve essere trattata con un trattamento conservativo, utile per alleviare il dolore e ridurre l’infiammazione locale. 
Si consigliano: applicazioni di ghiaccio locale, utilizzo di calzature adeguate, sospensione momentanea delle attività sportive.
Per ridurre i tempi di recupero ci si può sottoporre a terapie fisiche come la tecar o l’ultrasuoni, a seconda delle indicazioni del medico. 

2. Recupero della funzione articolare e muscolare, controllo propriocettivo
Risolta la fase acuta è opportuno restituire forza ed elasticità alla fascia plantare e a tutto il complesso della muscolatura di piede e caviglia. 
I trattamenti di riabilitazione effettuati con il fisioterapista comprendono: 

  • trattamenti manuali - tra cui massaggi profondi e mobilizzazioni articolari - destinati alla volta plantare e ai muscoli della gamba
  • esercizi specifici per rinforzare i muscoli che stabilizzano la volta plantare, eseguiti prima in posizione supina/seduta, poi in piedi, successivamente con l’aggiunta di resistenze o superficie instabili.

A queste attività devono essere associati esercizi di stretching attivo e passivo da svolgere in un programma giornaliero a casa (home program). 

Si può guarire completamente?

Questa patologia può risultare molto invalidante e talvolta richiede alcune settimane per il completo recupero.
Tuttavia, se l’inquadramento medico specialistico è corretto e tempestivo e se il programma riabilitativo è svolto con costanza, il recupero è sempre completo.

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Impariamo a conoscere la Sclerosi Multipla

In Italia ci sono circa 130 mila persone con Sclerosi Multipla (SM), la maggior parte delle quali ha ricevuto la diagnosi nella fascia di età tra i 20 e i 40 anni. Facciamo un po’ di chiarezza su questa malattia complessa e imprevedibile. 

È neurodegenerativa e autoimmune 

La SM si caratterizza per un comportamento anomalo del proprio sistema immunitario che attacca alcune componenti del sistema nervoso centrale. Il risultato è un danno alle connessioni nervose e la conseguente alterazione nella trasmissione delle informazioni tra il cervello e il corpo. 

I sintomi della sclerosi multipla sono variabili e di diversa entità 

Solitamente, i primi sintomi compaiono quando il sistema immunitario attacca la mielina, il rivestimento protettivo che circonda le fibre nervose.
In base alla localizzazione delle lesioni nel sistema nervoso centrale, i pazienti manifestano differenti sintomi che possono cambiare nel tempo sia per durata sia per intensità. 
I più comuni sono: 

  • Affaticamento, mancanza di energia fisica e mentale 
  • Disturbi visivi, presenti frequentemente all’esordio della malattia 
  • Disturbi cognitivi 
  • Dolore fisico 
  • Disturbi della coordinazione 
  • Disturbi del linguaggio 

Raramente si verificano perdita dell’udito, crisi epilettiche, disturbi vascolari e cefalea. 

Non è ereditaria e chiunque può svilupparla

La SM non si trasmette geneticamente di genitore in figlio, ma si manifesta spontaneamente a seguito di una disfunzione del sistema nervoso. Alcuni recenti studi indicano che l’insorgere della patologia potrebbe dipendere da un insieme di fattori legati all’ambiente, all’etnia, alla predisposizione genetica e ad altri agenti infettivi. Inoltre, le donne risulterebbero maggiormente colpite rispetto agli uomini con un rapporto di 2 a 1. 

Non è necessariamente invalidante 

La maggior parte delle persone con SM non sviluppa una disabilità grave tale da limitare la propria autonomia. Può succedere che alcuni sintomi come la fatica, la debolezza, problemi di equilibrio possano richiedere un ausilio (come un deambulatore) per facilitare i movimenti e conservare le energie. 

È una malattia cronica, ma non è mortale 

Attualmente non può essere curata in maniera definitiva, ma - grazie alle differenti terapie che ne modificano la progressione - l’aspettativa di vita delle persone con SM è solo leggermente inferiore rispetto al resto della popolazione. 

Un approccio interdisciplinare è fondamentare per contrastare la malattia 

Oltre alle cure mediche e farmacologiche, un Progetto Riabilitativo personalizzato che tenga conto degli obiettivi e dei deficit di ciascun paziente, è il punto di partenza per definire una terapia adeguata

La fisioterapia rappresenta un valido aiuto per le persone affette da questa patologia e ha l’obiettivo di migliorare il mantenimento di forza, l’elasticità, la coordinazione delle strutture muscolari colpite dalla perdita di controllo. Inoltre, aiuta a mantenere i movimenti volontari e il corretto allineamento posturale.

Sono numerose le modalità di esercizio ritenute efficaci che possono combinarsi tra loro:

  • Il rinforzo, se dosato correttamente, è la base per il mantenimento di postura e gesti quotidiani
  • L’idrokinesiterapia permette di svolgere esercizi globali in ambiente sicuro e confortevole
  • Gli esercizi propriocettivi sono utilizzati per mantenere l’equilibrio che talvolta risulta compromesso
  • L’allenamento aerobico aiuta a ridurre il senso di fatica cronica che contraddistingue la patologia

Il programma di allenamento, effettuabile a domicilio o in strutture specializzate, è finalizzato a combattere una malattia che può risultare invalidante, ma contro cui si può combattere con successo. 

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FAQ - Domande frequenti sulla Malattia di Parkinson

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa progressiva che coinvolge principalmente il controllo dei movimenti e dell’equilibrio. È provocata da una degenerazione dei neuroni presenti nell'area della "sostanza nera", una parte del sistema nervoso centrale, “incaricati” della produzione di dopamina. Proprio la carenza di dopamina provoca l'insorgenza dei sintomi della malattia.

Si tratta di una malattia frequente?

Dopo il morbo di Alzheimer, il Parkinson è la malattia neurologica degenerativa più diffusa a livello mondiale.
Le persone maggiormente a rischio sono gli adulti, nella fascia di età tra i 50 e i 70 anni. Poche volte si manifesta prima dei 40 e raramente intorno ai 20.
Per quanto riguarda l’incidenza invece, il morbo colpisce in maniera uguale i soggetti di sesso maschile e quelli di sesso femminile.

Quali sono le cause che favoriscono l’insorgere la malattia?

Le cause specifiche non sono ancora note agli studiosi, ma è risaputo che la malattia si manifesta quando la produzione di dopamina nel cervello cala in maniera consistente. Inoltre, sembrerebbe che ci siano alcuni elementi che concorrono al suo sviluppo, tra cui:

  • Fattori genetici (circa il 20% dei pazienti presenta un familiare positivo alla malattia)

  • Fattori tossici, quali l’esposizione - spesso per motivi lavorativi - a tossine di vario genere

Cosa sappiamo del tremore alle mani?

Il tremore alle mani è un sintomo abbastanza rappresentativo della malattia di Parkinson. Si manifesta con un’oscillazione ritmica involontaria e può essere fisiologica - quando è sempre presente - oppure patologica, quando si manifesta esclusivamente durante la fase di veglia.
In alcuni casi, soprattutto quando si tratta di tremore patologico, il sintomo può interessare anche altri gruppi muscolari oltre alle mani, come la lingua, la mascella, il capo e i piedi.

Quali sono gli altri sintomi più comuni?

Una delle caratteristiche del morbo di Parkinson è l’elevato numero di sintomi, motori e non, spesso responsabili di invalidità di differente entità.

I sintomi motori più comuni sono:

  • Rigidità agli arti, al collo e al tronco a causa di un aumento involontario del tono dei muscoli

  • Riduzione o perdita della mimica facciale e della gestualità

  • Bradicinesia, ossia un rallentamento nell’esecuzione dei movimenti e dei gesti

  • Acinesia, ossia difficoltà nell’iniziare movimenti spontanei

  • Disturbo dell’equilibrio e del cammino a causa della riduzione dei riflessi di raddrizzamento

  • Instabilità posturale, prevalentemente nella fase più avanzata della malattia

Nella malattia di Parkinson però, si manifestano anche altri tipi di disturbi non motori, quali:

  • Disfagia, ossia problemi legati alla deglutizione

  • Perdita di tonalità della voce

  • Eccessiva salivazione

  • Stipsi, ossia un rallentamento delle funzionalità gastro-intestinali

  • Disturbi urinari, della pressione arteriosa e dell’olfatto

  • Disturbi del sonno che si manifestano con insonnia o eccessiva sonnolenza diurna

  • Depressione e ansia

Questi sintomi compaiono quando la degenerazione neuronale è già in atto. 

Si può morire di Parkinson?

Il Parkinson è una malattia cronica, ma di per sé non è fatale. È una patologia a progressione lenta, ma con il giusto trattamento l’aspettativa e la qualità della vita sono solo lievemente ridotte rispetto alla popolazione generale.

Esiste una cura?

Fino ad ora non è stato trovata una terapia specifica in grado di arrestare definitivamente la malattia. Tuttavia, la notizia positiva è che alcuni farmaci di nuova generazione si stanno rivelando molto efficaci nel contenere i sintomi, permettendo una vita di relazione migliore.

La fisioterapia può essere d'aiuto? Se sì, in che modo?

Il paziente deve essere seguito da un team di professionisti - fisiatra, fisioterapista etc. - per monitorare l'evoluzione della patologia e l'efficacia della fondamentale cura farmacologica prescritta da un medico specialista. A quest'ultima si consiglia un programma riabilitativo personalizzato che tenga conto delle difficoltà che il paziente incontra durante la giornata. 

La rieducazione funzionale e l’attività motoria in generale sono sicuramente utili nella gestione del problema. Mantenere una buona escursione articolare, una sufficiente elasticità muscolare ed in generale una funzionalità migliore permettono alla persona di mantenere più a lungo una certa autonomia ed una più soddisfacente qualità della vita.

In alcuni casi, l'utilizzo di un ausilio (ad esempio un tutore) o di assistenza viene preso in considerazione qualora il cammino non sia sufficientemente sicuro.

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