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Il fisioterapista in una squadra di calcio: l’intervista ad Edoardo Russo e Stefano Simonelli

Edoardo e Stefano sono fisioterapisti nella sede Azimut di Biella e, parallelamente, seguono l’Associazione Sportiva Dilettantistica Biellese 1902, squadra di calcio impegnata nel campionato d’eccellenza.

Ciao Edoardo, ciao Stefano, quanto siete presenti durante gli allenamenti e le partite?

Seguiamo la squadra settimanalmente, sia negli allenamenti - di solito due - sia nella partita della domenica, in casa o in trasferta. Monitoriamo gli atleti e rimaniamo a completa disposizione durante tutta la durata della pratica sportiva.

Quando potete intervenire?

Interveniamo direttamente sul campo di gioco e ci occupiamo principalmente della gestione della fase acuta di un infortunio, rispettando le nostre competenze e indirizzando l’atleta verso il miglior percorso di cura.
Avendo poi a disposizione una diagnosi, accompagniamo l’infortunato durante la riabilitazione e il ritorno all’attività sportiva.

Quali sono le problematiche che trattate più di frequente nella pratica clinica?

Il calciatore è esposto a numerosi rischi durante la pratica sportiva: sicuramente i distretti più coinvolti riguardano l’arto inferiore, con frequenti distorsioni di caviglia e ginocchio e conseguenze più o meno gravi a secondo dell’infortunio stesso. Non mancano anche traumi contusivi, essendo il calcio uno sport da contatto.
Inoltre, la fase di calcio richiede un’importante elasticità dei distretti muscolo-tendinei che spesso possono subire lesioni.

Casistiche molto rare, ma purtroppo presenti nella storia del calcio, riguardano le concussioni cerebrali, problematiche che richiedono un intervento repentino ed una valutazione meticolosa della sintomatologia: si può trattare di un’urgenza sanitaria che richiede l’intervento medico immediato.

Quali strumenti utilizzate per gestire l’infortunio?

Ciò che non può prescindere da un fisioterapista è l’utilizzo di una corretta e accurata valutazione, accompagnata dal ragionamento clinico.
Utilizziamo tutti i mezzi disponibili per la riabilitazione tenendo in considerazione, tra le altre cose, le caratteristiche fisiche del calciatore e l’entità dell’infortunio.

Nelle prime 72 ore solitamente si utilizzano strumenti come bendaggi funzionali elasto-compressivi, crioterapia ed educazione del paziente al fine di minimizzare gli effetti post-infortunio (gonfiore, edema, impotenza funzionale, dolore).
Successivamente vengono individuati strumenti che possono variare a seconda del contesto e del setting riabilitativo: macchinari, elastici, pesi in palestra, conetti, ostacoli, esercizi specifici in campo utilizzando il pallone.
Nella fase finale del percorso riabilitativo, la gestione avviene in equipe con il preparatore atletico per lavorare sulla riatletizzazione e sul ritorno in campo.

È quindi fondamentale sapersi interfacciare con figure diverse che collaborano per il perseguimento di un unico obiettivo finale, ossia il recupero prestazionale e funzionale dell’atleta, nel rispetto delle tempistiche biologiche di guarigione del determinato distretto anatomico che ha subito l’infortunio.
  

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Parliamo dei disturbi temporo-mandibolari con Giulia Robecchi, fisioterapista e osteopata nella sede Azimut di Milano

Le articolazioni temporo-mandibolari - anche chiamate ATM - sono due, una per ogni lato del viso e uniscono l’osso mandibolare all’osso temporale del cranio.

Ciao Giulia, qual è la funzione delle ATM?

La principale funzionale delle articolazioni temporo-mandibolari è di permettere il movimento della mandibola per la masticazione e la fonazione.

Quali sono i sintomi più comuni?

I disturbi possono manifestarsi sotto forma di:
• dolore o sensibilità alla mascella o a livello dell’articolazione
• difficoltà di masticazione
• blocco dell’articolazione che rende difficile l’apertura o la chiusura della
bocca
• cefalea
• male agli occhi e/o alle orecchie • vertigini
• acufeni
• rigidità di spalle e collo.

In alcuni casi, oltre al dolore, si sente anche un “click”: di cosa si tratta?

All’interno dell’ATM è presente un disco di cartilagine (menisco) che ha la funzione di evitare l’attrito tra le ossa che la compongono (temporale e mandibolare).
Si parla di click mandibolare quando, a causa dell’incordinazione disco-condilare, si avverte un rumore durante alcuni movimenti.

Le cause sono da ricercare nell'anomalo combaciamento dei denti (occlusione dentale) che può provocare un'alterata meccanica mandibolare, alterando così tutto il sistema muscolo-articolare correlato.
La perdita dell'equilibrio di questo sistema avviene in seguito all’esaurimento delle capacità di adattamento a condizioni non ottimali, soggettive di ogni persona. Di conseguenza, si avrà il cedimento delle strutture muscolo articolari di sostegno

Da cosa possono essere causati i disturbi?

Per quanto riguarda le cause, ne esistono diverse. Spesso i disturbi temporo-mandibolari possono essere determinati da una combinazione di fattori: ad esempio alterazioni posturali, malocclusioni, genetica, bruxismo (serrare i denti durante il sonno), fattori psicologico/emozionali, patologie
come artrite e artrosi. A volte, possono insorgere anche a seguito di un trauma.

Come si può intervenire e a chi ci si deve rivolgere?

Il trattamento per disordini delle articolazioni temporo-mandibolari richiede un lavoro terapeutico integrato che comprenda più figure professionali, tra cui il fisioterapista, l’odontoiatra, l’otorinolaringoiatra e l’osteopata.
Ogni patologia e ogni paziente richiedono un trattamento specifico, definito dal progetto riabilitativo personalizzato, che tiene conto del quadro patologico e delle caratteristiche fisiche del paziente.

L’osteopata può intervenire attraverso tecniche di terapia manuale, ad esempio per correggere le alterazioni del movimento, intervenendo sia sul tratto cervicale (in particolare sulle prime vertebre) sia sul cranio. Inoltre, può utilizzare tecniche di rilascio miofasciale per agire su contratture e trigger points fonti di dolore.

Il fisioterapista, invece, può:

  • utilizzare la terapia manuale
  • proporre esercizi specifici per rinforzare la muscolatura stabilizzatrice e migliorare l’equilibrio di forza tra le due articolazioni
  • consigliare automibilizzazioni che il paziente può svolgere in autonomia a casa per coadiuvare il trattamento e ridurre la sintomatologia in caso di riacutizzazione dei sintomi

In ogni caso, si consiglia di rivolgersi al proprio Centro di fiducia per ricevere il trattamento più adatto alle proprie esigenze.

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Il supporto dell’osteopata in tutte le fasi della vita

La disciplina osteopatica, che condivide con la medicina tradizionale basi scientifiche e sistemi diagnostici, è stata il frutto di un percorso di ricerca. È nata a metà ‘800 dagli studi del medico chirurgo americano Andrew Taylor Still, poi fondatore della prima scuola di osteopatia “The American School of Osteopathy” (A.S.O.).

Sebbene l'osteopatia sia da tempo una disciplina riconosciuta nel sistema sanitario nazionale americano e anglosassone (e non solo), in Italia il suo riconoscimento è solo recente, risale infatti al 24 giugno 2021. 

Quali sono i fondamenti dell’osteopatia? 

Alla base della disciplina osteopatica c'è la visione olistica dell'individuo e del suo corpo nella sua globalità, ossia nessuna parte viene mai valutata in maniera isolata e a sé stante e inoltre, vengono considerate reciprocamente correlate struttura e funzione.  
Questi principi sono molto importanti e vengono applicati sia in fase di anamnesi sia in fase di trattamento quando si lavora per facilitare e stimolare la connaturata capacità del corpo di ritornare ad uno stato di salute.

Quindi, cosa fa l’osteopata? 

L’osteopata si occupa principalmente dei problemi strutturali e meccanici di tipo muscolo-scheletrico a cui possono associarsi eventuali alterazioni funzionali degli organi, delle visceri e del sistema cranio-sacrale.  

Quali sono i benefici dell’osteopatia e quando è consigliabile rivolgersi all’osteopata?

L’obiettivo del trattamento osteopatico consiste nel ripristino dell’equilibrio globale del corpo tramite tecniche di manipolazioni non invasive. Può essere di supporto per curare o prevenire alcuni disturbi comuni, tra cui: 

  • Cervicalgie
  • Lombalgie
  • Sciatalgie
  • Artrosi
  • Discopatie
  • Cefalee (ad esempio la cefalea miotensiva
  • Dolori articolari e muscolari da traumi
  • Alterazioni dell’equilibrio 
  • Nevralgie
  • Stanchezza cronica
  • Affezioni congestizie come otiti o sinusiti
  • Disturbi ginecologici e digestivi 

Chi può sottoporsi ad un trattamento osteopatico?

La terapia osteopatica si avvale di palpazioni e manipolazioni mirate che si adattano a tutte le fasce d’età, dai neonati alle persone anziane, dalle donne in gravidanza agli sportivi. 
Infatti, le diverse tecniche utilizzate fanno sì che si possa agire sulla totalità dei pazienti, andando ad individuare e trattare eventuali disfunzioni. 
Ad esempio risulta particolarmente efficace in caso di reflusso gastroesofageo in età pediatrica dove il trattamento osteopatico ha l’obiettivo di riequilibrare le zone di tensione e ridurre le compressioni sulle strutture che concorrono a creare le cause del reflusso. 

Chiariamo un dubbio comune: è meglio l’osteopata o il fisioterapista? 

Si tratta di una domanda malposta, è come chiedere "meglio il gesso o la stampella?” perché si tratta di due figure complementari che all'interno di un programma riabilitativo lavorano in sinergia verso lo stesso obiettivo, lavorando sul problema specifico con un occhio sulla totalità del corpo. 

L’osteopata utilizza un approccio manuale e tecniche specifiche sia sulle strutture muscolo-scheletriche sia su quelle viscerali o cranio sacrali. 
Il fisioterapista, oltre alla terapia manuale sulle strutture muscolo-scheletriche, sviluppa capacità e competenze nella gestione della problematica con l’utilizzo di terapie fisiche, esercizio terapeutico, bendaggi funzionali e approcci attivi. 

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Onde d’urto focali: cosa sono e quando si utilizzano

Le onde d’urto focali sono state introdotte in ambito medico nei primi anni Novanta, inizialmente per la cura dei calcoli renali, successivamente anche in ambito ortopedico, fisiatrico e riabilitativo. Di grande efficacia clinica, in Azimut Riabilitazione sono spesso utilizzate a supporto di altre terapie per assicurare al paziente un progetto riabilitativo completo.

Che cosa sono? 

Le onde d’urto sono onde acustiche di natura meccanica in grado di propagarsi in sequenza rapida e ripetuta. Agiscono tramite la stimolazione profonda dei tessuti e delle cellule, inducendoli a reagire positivamente e a produrre sostanze ad azione anti-infiammatoria. 

Quando sono indicate? 

Attualmente il trattamento con onde d’urto focali è ampiamente utilizzato per la cura delle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. Tra i più comuni utilizzi ricordiamo: 
patologie tendinee (ad esempio lesioni al tendine d’Achille ed epicondilite)
disturbi della rigenerazione ossea (ad esempio pseudoartrosi)
disturbi di tipo infiammatorio (ad esempio fascite plantare
a seguito di interventi chirurgici per accelerare la guarigione dei tessuti

Sempre più spesso vengono utilizzate anche nella riabilitazione sportiva per facilitare il recupero in caso di contratture, distrazioni muscolari, ossi-calcificazioni post-traumatiche. 

Quali sono i benefici per il paziente? 

Sebbene il giovamento non sembri immediato, poiché le reazioni biologiche richiedono tempo per manifestarsi, un corretto utilizzo della terapia ha numerosi effetti benefici

  • favorisce la rigenerazione e la riparazione dei tessuti
  • produce un effetto antidolorifico 
  • rivascolarizza la zona trattata

In altri termini, le onde d’urto focali producono una reazione dei tessuti volta a promuovere la guarigione della patologia infiammatoria e/o degenerativa. Nello specifico, servono solamente a innescare il processo biologico di rigenerazione del tessuto che si completerà nella finestra temporale successiva al trattamento.   

Onde d’urto focali: sono sicure?

Sottoporsi ad un ciclo di sedute di onde d’urto focali è privo di effetti collaterali. La terapia è sicura, indolore e priva di grandi complicazioni. 

Solo in particolari casi se ne sconsiglia l’utilizzo:

  • stato di gravidanza 
  • presenza di disturbi di coagulazione
  • infezioni in corso nella zona da sottoporre al trattamento
  • malattie tumorali 

Qual è la differenza tra le onde d’urto focali e le onde d’urto radiali? 

Come già anticipato, le onde d’urto focali sono generate meccanicamente e trasmesse ai tessuti attraverso un’interfaccia che si adatta alla cute senza causare traumi; le onde d’urto radiali, invece, sono di tipo pneumatico e prevedono un’azione di ripercussione diretta. In alcuni casi, quest’ultime possono quindi provocare ematomi locali. 

Inoltre, le due terapie sono utilizzate per trattare problematiche diverse: quelle focali sono utili per le patologie muscolari, ossee e per tutte quelle patologie che riguardano tessuti maggiormente in “profondità” che necessitano di una precisione più accurata. Le onde radiali, invece, sono decisamente meno precise: non direzionate in un unico punto, si irradiano su tutta la superficie trattata. Queste ultime trovano dunque utilizzo solo in quelle problematiche più superficiali che non necessitano di particolare precisione del punto da trattare.

Dove ci si può sottoporre al trattamento? 

Se prescritte dal medico fisiatra a seguito della prima visita, è possibile sottoporsi alle onde d’urto focali direttamente nei nostri centri Azimut di Biella e Milano.
Per maggiori informazioni contattaci

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La riabilitazione a seguito della rottura del tendine d’Achille

La rottura del tendine d’Achille è molto comune tra gli atleti ricreazionali in età adulta e tra i professionisti, anche se in questi ultimi con incidenza minore. Alcuni grandi atleti che, negli ultimi anni, hanno riportato questo infortunio sono Leonardo Spinazzola, Javier Zanetti, David Beckham e Kobe Bryant, solo per citare qualche esempio.
Ne parliamo con Federico Sonnati, fisioterapista Azimut nella sede di Biella.

Ciao Federico, quali sono le cause della rottura del tendine d’Achille?

Solitamente negli atleti professionisti la causa è la degenerazione dovuta a grandi carichi di lavoro prolungati negli anni; spesso è sufficiente un movimento improvviso e talvolta banale a far cedere la struttura.
Negli atleti amatoriali, invece, il tendine non è sufficientemente allenato e può rompersi a causa di una stimolazione eccessiva in breve tempo, come la singola partita dopo un lungo periodo di inattività.

Ci sono dei segnali o dei sintomi da riconoscere?

Nella maggior parte dei casi questo trauma non dà preavviso, anche perché - per struttura - il tendine d’Achille è poco innervato al suo interno, quindi la degenerazione si manifesta solo al momento della rottura completa.

Cosa fare subito dopo l’infortunio?

Della lesione del tendine, che può causare anche impossibilità a camminare, se ne occupa l’ortopedico. Dopo aver valutato la situazione generale, lo stato di salute del paziente e il tipo di lesione definisce se proseguire con una riparazione chirurgica o con la tutorizzazione. In entrambi i casi, in collaborazione con il chirurgo e l’equipe sanitaria, definisce il programma riabilitativo.

Nel caso di rottura del tendine achilleo, la fisioterapia è utile?

È una delle parti fondamentali per il recupero, anche dopo che è stato effettuato l’intervento chirurgico. Solitamente il protocollo standard prevede un periodo di immobilità e l’utilizzo di tutori specifici, a cui seguono circa 3 mesi di fisioterapia che comprendono:

• cammino protetto con stampelle per favorire la guarigione tissutale (per le prime 6 settimane circa)
• terapia manuale
• esercizio terapeutico
• terapie fisiche
• idrokinesiterapia

Successivamente sono previsti altri 3 mesi di rinforzo mirato per poter garantire un approccio sicuro allo sport. Dal settimo mese in poi l’atleta può ricominciare a praticare l’attività sportiva, affiancando agli allenamenti una parte di lavoro specifico per la zona operata.

È possibile ritornare alla funzionalità pre infortunio?

Statisticamente il ritorno allo sport dipende dal tipo di attività sportiva. Nella pallacanestro, ad esempio, alcuni atleti professionisti non sono più tornati all’attività di livello pre-infortunio; nel calcio, invece, solitamente la quasi totalità degli sportivi rientra in campo dopo 7-8 mesi. Tuttavia, studiando i minutaggi e le prestazioni, in ogni sport si è visto che - dopo 1 anno - difficilmente il recupero è del 100% e solitamente la piena funzionalità di tendine e muscolo si può raggiungere, ma in un periodo che va da 1 a 2 anni dopo l’infortunio.

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Basofobia, un rischio per le persone anziane

Un anziano su tre manifesta i sintomi della basofobia, una condizione psicologica caratterizzata dalla paura di cadere durante il cammino, pur in assenza da deficit neurologici. Ne parliamo con Luca Zamprotta, fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

Timore di cadere

Ad alimentare la paura nelle persone anziane intervengono fattori fisici, quali il fisiologico decadimento dei riflessi, del tono muscolare e delle reazioni posturali. Spesso infatti, coloro che iniziano a soffrire di basofobia hanno già esperienza di cadute o hanno riportato un trauma importante. 

Come si manifesta la basofobia?

La presentazione clinica è caratterizzata da una sensazione di forte paura nel momento della statica eretta. Il paziente, non appena assume la posizione di carico sugli arti inferiori, è colto dall’istinto di aggrapparsi ad oggetti o persone che gli sono intorno. Si trova con i muscoli delle gambe irrigiditi e in un’apparente difficoltà a camminare. La paura contribuisce a mettere in ulteriore pericolo il soggetto, a causa della perdita di lucidità durante il cammino. 

Quali sono le complicanze, per un anziano, in caso di caduta?

Le complicanze immediate possono essere traumi cranici o fratture agli arti; a lungo termine potrebbero verificarsi disabilità residua, ulteriore paura di cadere, isolamento sociale, ricovero in case di riposo.

Come si approccia il paziente?

A livello fisioterapico si valutano diversi aspetti: 

  • la forza muscolare, l’equilibrio e il cammino
  • il rischio osteoporotico
  • la situazione neurologica e lo stato cognitivo 
  • il rischio domestico 
  • le capacità funzionali

Inoltre, si tengono in considerazione anche i farmaci assunti ed eventuali cadute già avvenute in passato. 

In cosa consiste il trattamento?

Dopo aver completato il quadro clinico, si programma un intervento di riabilitazione individuale che può comprendere:

  • idrokinesiterapia per garantire un allenamento terapeutico sicuro 
  • programma di rinforzo dei principali gruppi muscolari, da svolgere bisettimanalmente con l’ausilio di elastici, macchinari o manubri
  • esercizi di equilibrio a corpo libero ed esercizi aerobici
  • prescrizione di eventuali ausili di supporto ed educazione al corretto utilizzo
  • approccio cognitivo-comportamentale per aiutare il paziente ad essere più sicuro di sé

I benefici derivanti dall’attività fisica vengono rapidamente persi con l’inattività: è quindi opportuno evitare il più possibile la sedentarietà

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Fascite plantare: cos’è e come si cura

La fascite plantare è una patologia del piede molto diffusa che si manifesta con dolore localizzato nella parte interna del tallone. È molto frequente negli sportivi, ma può insorgere anche nei soggetti in sovrappeso, nelle donne in gravidanza e nelle persone che tendono ad avere abitudini sedentarie.

Approfondiamo il tema con Chiara Minetto e Federico Sonnati, fisioterapisti Azimut nella sede di Biella. 

Cosa si intende esattamente con il termine fascite plantare?

È così definita la patologia che si manifesta a causa di una infiammazione a carico del legamento arcuato, ossia la fascia fibrosa che unisce la zona plantare interna del calcagno con la base delle dita. Questo legamento - che serve a stabilizzare e sorreggere l’arco plantare longitudinale del piede - svolge un ruolo importante nella trasmissione del peso corporeo al piede mentre si cammina e/o si corre. 

Da cosa è causata?

Solitamente questa condizione è il risultato di un uso eccessivo e ripetuto del piede, causa di molteplici e diffusi micro-traumi. Inoltre, esistono alcuni fattori predisponenti, ad esempio: 

  • peso eccessivo
  • piede piatto
  • utilizzo di calzature inadeguate

Generalmente - nonostante possano essere presenti dei fattori predisponenti - il problema si presenta per un insieme di sollecitazioni eccessive rispetto alle capacità soggettive del piede di accomodare gli sforzi.

Quali sono i sintomi della fascite plantare?

Nella maggior parte dei casi il disturbo si manifesta con dolore sotto la pianta del piede e nella parte interna del tallone. La sintomatologia dolorosa può verificarsi già al risveglio e tende ad aumentare quando si calpestano superfici rigide, si salgono le scale o quando si cammina a piedi nudi. 
Durante l’attività sportiva, insorge solitamente nelle fase di riscaldamento per poi scomparire man mano che l’allenamento prosegue. 

Cosa comprende la diagnosi?

Il medico fisiatra o l’ortopedico effettuano una visita medica specialistica durante la quale si verificano la presenza e la sede del dolore. Se necessario, possono essere richieste delle indagini strumentali - ecografia, risonanza magnetica (RMN), radiografia sotto carico - per lo studio del cavo plantare. 

Quali sono i rimedi per la fascite plantare?

Il trattamento della fascite plantare è solitamente trattato in due distinte fasi:

1. Riposo funzionale e controllo dell’infiammazione
In fase iniziale, la fascite plantare deve essere trattata con un trattamento conservativo, utile per alleviare il dolore e ridurre l’infiammazione locale. 
Si consigliano: applicazioni di ghiaccio locale, utilizzo di calzature adeguate, sospensione momentanea delle attività sportive.
Per ridurre i tempi di recupero ci si può sottoporre a terapie fisiche come la tecar o l’ultrasuoni, a seconda delle indicazioni del medico. 

2. Recupero della funzione articolare e muscolare, controllo propriocettivo
Risolta la fase acuta è opportuno restituire forza ed elasticità alla fascia plantare e a tutto il complesso della muscolatura di piede e caviglia. 
I trattamenti di riabilitazione effettuati con il fisioterapista comprendono: 

  • trattamenti manuali - tra cui massaggi profondi e mobilizzazioni articolari - destinati alla volta plantare e ai muscoli della gamba
  • esercizi specifici per rinforzare i muscoli che stabilizzano la volta plantare, eseguiti prima in posizione supina/seduta, poi in piedi, successivamente con l’aggiunta di resistenze o superficie instabili.

A queste attività devono essere associati esercizi di stretching attivo e passivo da svolgere in un programma giornaliero a casa (home program). 

Si può guarire completamente?

Questa patologia può risultare molto invalidante e talvolta richiede alcune settimane per il completo recupero.
Tuttavia, se l’inquadramento medico specialistico è corretto e tempestivo e se il programma riabilitativo è svolto con costanza, il recupero è sempre completo.

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Emergenza caldo: come assistere gli anziani

Anche in estate proseguono i trattamenti domiciliari da parte del personale Azimut.
Per fronteggiare l'emergenza caldo e assistere gli anziani a casa in maniera adeguata, il nostro team tiene in considerazione una serie di raccomandazioni. Vediamo quali. 

Quando una persona è a rischio?

Questa domanda preliminare è importantissima. Infatti, prima di adottare qualsiasi provvedimento è opportuno capire se il nostro assistito sia un soggetto particolarmente esposto ai pericoli di un'ondata di calore.
Ecco i soggetti a rischio: età superiore a 75 anni, pazienti affetti da Parkinson, demenza, diabete, malattie cardiache, polmonari, neurologiche, psichiatriche o che presentano insufficienza renale. Chiaramente anche chi ha difficoltà a deambulare, nutrirsi da solo, presenta piaghe da decubito o assume più di 4 farmaci quotidianamente è esposto ai pericoli del caldo estremo. Se il nostro assistito rientra in almeno una di queste condizioni è assolutamente da considerarsi un paziente "a rischio".

Quali sono i segni di allarme?

I primi segni di malessere non ancora gravi sono: comparsa di crampi, eritemi (piccoli arrossamenti), papule (piccoli rigonfiamenti solidi della pelle) e la riduzione di alcune attività quotidiane (come muoversi  in casa, vestirsi, mangiare, andare regolarmente in bagno, lavarsi).
Ma ci sono alcuni segnali da prendere in maniera decisamente molto seria perché indicano che lo stato di salute dell'assistito è veramente in pericolo:
▪ manifesta confusione mentale o si verifica l’aggravamento di una confusione mentale già presente
▪ ha mal di testa
▪ è preda di convulsioni
▪ ha un sensibile aumento della temperatura della pelle.

In questi casi è fondamentale agire tempestivamente e chiamare l'assistenza sanitaria d'emergenza.

Si può prevenire il malessere?

Certamente sì, adottando tutta una serie di precauzioni e di accorgimenti che riguardano l'ambiente e le abitudini della persona.

Se nell’abitazione è presente un climatizzatore è preferibile impostare la temperatura tra 24 e 26°C. Se invece, c'è il ventilatore è bene assicurarsi di spegnerlo quando in casa la temperatura supera i 32°C.

Si consiglia inoltre, di oscurare i vetri per evitare l'ingresso dei raggi solari nelle ore diurne e di areare la casa nelle ore notturne.
Naturalmente il movimento è consigliato, ma si deve evitare di uscire di casa dalle 11 alle 18.

Per quanto riguarda l'alimentazione deve mantenersi varia e vanno evitati gli alcolici, le bevande ghiacciate, zuccherate e gassate. 

È indicato prestare attenzione anche agli indumenti indossati dall'assistito e assicurarsi che siano leggeri, di lino o cotone e dai colori chiari.

Come comportarsi in caso di grave malessere?

Non c'è da preoccuparsi, il nostro personale Azimut che svolge i trattamenti domiciliari è preparato a fornire prima assistenza in caso di grave malessere, questo consente di guadagnare tempo nell'attesa dei soccorsi di emergenza e di un eventuale ricovero.

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